Quando apriamo un libro tradotto, non pensiamo quasi mai pensiamo al lavoro di traduzione che è stato fatto. Se il testo funziona, lo leggiamo e basta: seguiamo il ragionamento, riconosciamo la voce dell’autore, ci soffermiamo sui passaggi più interessanti o andiamo avanti senza accorgerci che, tra noi e quelle parole c’è stato qualcuno che ha preso centinaia di decisioni.
La traduzione diventa visibile soprattutto quando qualcosa non torna. Una frase costruita in modo innaturale, uno stesso concetto reso con termini o espressioni diversi, un passaggio che conserva la struttura inglese in modo troppo evidente. È in quei momenti che ci ricordiamo che quel testo, prima di arrivare fino a noi, era scritto in un’altra lingua.
Qualche giorno fa è uscito in libreria Il nodo di Seth Godin, pubblicato da ROI Edizioni nella mia traduzione italiana. Il libro parte da una domanda che, prima o poi, riguarda quasi tutti: cosa succede quando vogliamo contemporaneamente due cose incompatibili e, proprio per questo, restiamo fermi?
Godin paragona questa condizione a un nodo, e costruisce intorno a questa immagine un intero sistema di concetti, metafore, esempi e rimandi.
Tradurlo, quindi, non significava trovare una buona versione italiana di ogni singola frase, ma capire prima di tutto come funzionava quel sistema e fare in modo che continuasse a funzionare anche in italiano. E forse è proprio questo l’aspetto della traduzione che mi affascina di più: raccontare non tanto le parole che alla fine compaiono sulla pagina, quanto i ragionamenti che mi spingono a sceglierle.
Capire il sistema prima di scegliere le parole
Quando lavoro a un testo non lo considero mai una successione di frasi indipendenti: cerco invece di capire quali siano i concetti che lo tengono in piedi, quali parole ritornano, come si richiamano tra loro e soprattutto quali distinzioni l’autore abbia costruito nel corso del testo.
Il nodo, per esempio, è un richiamo continuo di concetti come il nodo, il groviglio, il perno e la zavorra.
Potrebbero sembrare semplici immagini appartenenti allo stesso campo semantico, ma non sono intercambiabili. Ognuna svolge una funzione precisa nel ragionamento di Godin: il perno non è il nodo, perché è ciò che lo mantiene bloccato; la zavorra non coincide con il groviglio e ciascuna immagine viene ripresa in momenti diversi per spiegare qualcosa di specifico.
Prima ancora di chiedermi come tradurre queste parole, quindi, ho dovuto capire che rapporto ci fosse tra loro. È un passaggio che considero fondamentale in qualsiasi progetto di traduzione professionale, perché una scelta all’apparenza innocua fatta nelle prime pagine può avere conseguenze molto più avanti. Un termine che funziona alla perfezione in una frase può rivelarsi poco adatto cinquanta pagine dopo, quando l’autore lo riprende in un contesto diverso o costruisce su di esso un nuovo passaggio del ragionamento.
Per questo non mi basta chiedermi se una soluzione “funziona qui”: devo capire se continuerà a funzionare fino alla fine.
Una metafora da tenere viva
Il libro si apre con Alessandro Magno davanti al nodo di Gordio. Nella versione della storia scelta da Godin, Alessandro non risolve il problema tagliando il nodo con la spada: toglie il perno che lo tiene bloccato e il nodo si scioglie. Quell’immagine diventa il fulcro dell’intero libro.
Godin la riprende, la sposta, la trasforma e la usa per parlare di decisioni, conflitti, organizzazioni, lavoro e cambiamento. Per chi traduce significa dover riconoscere ogni volta il filo che riconduce alla metafora iniziale, anche quando magari sono passate decine di pagine.
Se ogni occorrenza venisse affrontata in modo isolato, il lettore italiano potrebbe continuare a capire le singole frasi, ma perderebbe poco alla volta la struttura che le tiene insieme.
La coerenza terminologica, nella traduzione editoriale, non consiste quindi soltanto nel tradurre sempre allo stesso modo la stessa parola. A volte significa capire quando una parola deve rimanere la stessa proprio perché porta con sé la memoria di tutto ciò che è venuto prima.
Le frasi più semplici sono spesso le più difficili da tradurre
Godin scrive spesso frasi molto brevi, dirette, quasi degli aforismi. A prima vista potrebbe sembrare una scrittura facile da tradurre: in realtà, proprio la sua apparente semplicità rende alcune frasi particolarmente delicate.
Quando una frase è composta da poche parole, ognuna assume un peso specifico che va mantenuto. Basta aggiungere una spiegazione di troppo, scegliere un verbo leggermente più debole o seguire troppo da vicino la struttura inglese perché quella frase perda immediatezza.
In questi casi la domanda che mi pongo non è soltanto “Che cosa significa?”, ma anche “Che cosa succede quando qualcuno legge questa frase?”.
La traduzione non può limitarsi a trasferire il contenuto della frase se, nel passaggio da una lingua all’altra, ne perde l’effetto. Il mio compito è cercare di ricostruire quell’equilibrio in italiano, anche quando questo richiede di allontanarsi dalla forma originale.
Questo è uno degli aspetti che accomunano più di quanto si possa immaginare la traduzione di un saggio, ad esempio, e altri lavori di traduzione o localizzazione: una frase breve, un claim, una voce di menu o il testo di un pulsante lasciano pochissimo margine. Meno parole abbiamo a disposizione, più ogni parola deve fare esattamente il proprio lavoro.
La voce dell’autore non va migliorata
Quando traduco un autore con una voce molto riconoscibile, uno dei rischi più grandi è intervenire troppo.
Seth Godin ha uno stile diretto, essenziale, a volte provocatorio: costruisce i suoi ragionamenti per accumulo, usa esempi brevissimi, passa rapidamente da un’immagine all’altra e spesso preferisce frasi semplici a formulazioni più rifinite. La tentazione, traducendo, potrebbe essere quella di “sistemare” ciò che in italiano sembra insolito, rendere il testo più fluido secondo il proprio gusto oppure esplicitare collegamenti che l’autore ha lasciato impliciti.
Ma una traduzione non dovrebbe rendere un autore più simile a chi lo traduce. Prima di iniziare il lavoro ho quindi osservato il modo in cui Godin costruisce i suoi testi: i ritmi, le ripetizioni, le strutture ricorrenti, il modo in cui apre e chiude i ragionamenti. La mia intenzione non era copiarne la forma in modo meccanico, ma capire quali caratteristiche della sua scrittura fosse importante proteggere.
La voce dell’autore, del resto, non coincide con una lista di scelte lessicali. È il risultato di moltissimi elementi che lavorano insieme, e uno dei compiti della traduzione è fare in modo che quel risultato continui a essere riconoscibile anche quando cambia la lingua.
La traduzione passa anche dalla ricerca
Il nodo attraversa territori molto diversi: filosofia, psicologia, marketing, organizzazioni, arte, sanità. Nel giro di poche pagine si passa dai LEGO a Jackson Pollock, dalla finestra di Overton a casi aziendali o iniziative nate in contesti locali. È qui che entra in gioco una parte della traduzione che difficilmente lascia tracce visibili sulla pagina: la ricerca.
Per ogni riferimento bisogna capire di cosa si tratti, verificare se quel concetto esista già in italiano, controllare se una citazione abbia una traduzione pubblicata, stabilire se un nome richieda una spiegazione o se invece sia sufficientemente noto al pubblico a cui il libro è destinato.
Sono verifiche che spesso occupano molto più tempo di quanto si possa immaginare, ma il criterio che seguo è piuttosto semplice: se incontro qualcosa che non conosco, non traduco basandomi sul mio intuito. Cerco fonti, confronto gli usi, provo a capire come quel concetto viene chiamato dagli addetti ai lavori. E, se esistono più possibilità, cerco di stabilire quale sia la più adatta non soltanto dal punto di vista linguistico, ma anche rispetto al contesto.
Chi leggerà il libro probabilmente non saprà mai che quelle ricerche sono avvenute o quanto tempo abbiano richiesto ma, se non fossero avvenute, potrebbe accorgersene molto facilmente.
Ogni scelta crea un precedente
Durante una traduzione si prendono decisioni di continuo: come rivolgersi a chi legge, quali termini mantenere in inglese, cosa adattare al contesto italiano, come trattare acronimi, citazioni, riferimenti culturali e ripetizioni.
Il problema è che queste decisioni non restano quasi mai isolate. Una scelta fatta nel primo capitolo può diventare un precedente per tutto il libro, e proprio per questo cerco di valutarne le conseguenze prima di renderla definitiva. È uno dei motivi per cui durante il lavoro costruisco glossari, torno sui passaggi precedenti, confronto occorrenze lontane tra loro e modifico decisioni che sembravano già risolte quando il testo mi mostra qualcosa che all’inizio non potevo ancora sapere.
Tradurre un libro significa anche accettare che la comprensione dell’opera si sviluppi mentre la si attraversa, ed è per questo che considero sempre la prima stesura soltanto come una parte del lavoro.
La revisione è il momento in cui smetto di tradurre
Una volta portata a termine la prima stesura della traduzione, riparto dall’inizio sforzandomi di cambiare sguardo. Se durante la traduzione ho costantemente davanti il testo inglese, infatti, durante la revisione devo riuscire per quanto possibile a dimenticarlo chiedendomi cosa succederà agli occhi di chi leggerà il testo italiano.
In questa fase vado alla ricerca delle frasi in cui la costruzione originale è ancora troppo evidente, delle ripetizioni che in inglese funzionano ma in italiano appesantiscono il testo, dei termini che qualche capitolo più avanti acquistano sfumature diverse.
La revisione serve anche a verificare tutte le decisioni prese nel corso del lavoro di traduzione e a capire se, considerate nel loro insieme, reggono ancora. È probabilmente questo il momento in cui il testo tradotto comincia ad assumere la sua forma definitiva.
Spesso il lavoro migliore è proprio quello che non si nota
C’è un piccolo paradosso nel lavoro di chi traduce: più il testo funziona, meno si avverte la presenza di chi l’ha tradotto. Infatti, chi legge non dovrebbe fermarsi a pensare che una frase è stata tradotta bene, ma concentrarsi sulla frase stessa.
Per arrivare a quella semplicità apparente, però, dietro le quinte c’è un sistema fatto di analisi, ricerca, tentativi, scelte terminologiche, verifiche, riletture e ripensamenti.
Tradurre Il nodo mi ha ricordato ancora una volta che il mio lavoro non consiste semplicemente nel trovare parole italiane capaci di sostituire quelle inglesi, ma nel capire che cosa tiene insieme un testo e nel cercare di proteggerlo durante il passaggio da una lingua all’altra: l’architettura dei concetti, le metafore, il ritmo, la voce dell’autore, i riferimenti e la relazione che il libro costruisce con chi legge. Il vero traguardo è lasciare spazio al libro, dopo aver lavorato a lungo perché possa camminare da solo anche in un’altra lingua.





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